«Discriminato chi non accettò il ricatto». Almaviva, 153 riassunti
Massimo Franchi, 17.11.2017, “Il Manifesto”
La Sentenza. Il tribunale del lavoro: illegittimo il licenziamento dei 1.666 della sede di Roma (che il governo avallò). La vertenza si riapre
Una protesta dei licenziati Almaviva di Roma. Foto LaPresse
Svolta
nella vertenza Almaviva, il più grande licenziamento collettivo degli ultimi 25
anni che lo scorso 22 dicembre portò alla chiusura della sede romana e alla
perdita del posto per i 1.666 addetti call center – avallato dal governo che
quella notte al ministero dello Sviluppo economico fece pressioni indicibili
sugli Rsu di Roma perché accettassero la decurtazione dello stipendio,
accusandoli poi di aver causato il licenziamento. Il giudice del tribunale del
lavoro di Roma Umberto Buonassisi ha dato «accoglimento totale» al ricorso di
153 lavoratori condannando l’azienda «a reintegrare gli stessi lavoratori e a
corrispondere loro a titolo di risarcimento danni tutte le retribuzioni
maturate dal dì del licenziamento» per un importo stimato di circa 3 milioni.
SI TRATTA DELLA PRIMA sentenza di questo tipo dopo che vari ricorsi
di lavoratori non erano stati accolti. Ma – come osserva l’avvocato Pier Luigi
Panici, estensore del ricorso accolto – «si tratta della sentenza di gran lunga
più argomentata e farà sicuramente giurisprudenza anche nei ricorsi in appello
per gli altri lavoratori».
DA PARTE SUA L’AZIENDA annuncia che «mantenendo ferma la
convinzione del proprio corretto operato, darà ovviamente attuazione
all’ordinanza – riammettendo i lavoratori presso le sedi disponibili, tenendo
conto che il sito operativo di Roma è chiuso».
LA SENTENZA È UN VERO ATTO di accusa nei confronti dell’azienda e
del governo. Nelle 35 pagine il termine «discriminazione» o «discriminatorio» è
citato ben 12 volte per spiegare come «la scelta di Almaviva, dovuta appunto al
rifiuto dei lavoratori della sede di Roma di accettare la lesione dei loro più
elementari diritti» – il verbale di accordo che riduceva il salario di circa il
17 per cento bloccando scatti di anzianità e Tfr e prevedeva controlli a
distanza in deroga perfino al Jobs Act, sottoscritto invece in extremis dagli
Rsu di Napoli – «si risolve in una vera e propria illegittima discriminazione:
chi non accetta di vedersi abbattere la retribuzione in spregio all’articolo 36
della Costituzione (diritto ad una retribuzione dignitosa) viene licenziato e
chi accetta viene invece salvato. Un messaggio – scrive il giudice – davvero
inquietante anche per il futuro».
«La sentenza ferma la barbarie – continua Panici – . Comportamenti
discriminatori così gravi, avallati da governo e sindacati nazionali, volevano
infliggere una punizione collettiva ai lavoratori di Roma in modo che quelli
delle altre sedi sapessero cosa li aspettava se non avessero accettato la
perdita dei diritti. Il giudice ha rigettato l’alternativa fra legalità e
occupazione che avrebbe dissolto lo stato di diritto. Una alternativa che le
imprese hanno iniziato ad imporre con Marchinne da Pomigliano (Panici riuscì
nel 2012 a far riassumere 145 iscritti Fiom, ndr) in poi e che ora potrebbe
finalmente interrompersi».
NEL DIBATTIMENTO della causa è stato dimostrato infatti come
Almaviva non ha perso alcuna commessa di call center e ha semplicemente
sostituito i 1.666 lavoratori di Roma con altri 1.068 lavoratori assunti in
somministrazione o co.co.co nelle sedi di Catania, Rende e Milano, risparmiando
milioni.
PARALLELAMENTE AL RICORSO i lavoratori hanno presentato una
denuncia penale accusando l’allora amministratore delegato (e oggi presidente
di Almaviva Contact) Andrea Antonelli e la viceministra Teresa Bellanova di
concorso in estorsione proprio per quello che accadde nella trattativa, specie
in quell’ultima notte al ministero della Sviluppo economico alla scadenza della
procedura di licenziamento collettivo.
Nella lettera di licenziamento ai lavoratori veniva proposta l’alternativa –
per pochi posti – di trasferirsi a Rende. La stessa sede che poche settimane fa
l’azienda ha imposto a 53 lavoratori milanesi. Tenuti ancora oggi – dopo la
retromarcia dell’azienda – a fare corsi di aggiornamento, senza lavorare.
La sindaca di Roma e la Cgil chiedono ora la riapertura della sede romana e
dell’intera vertenza.